Formazione del carattere – Saper scegliere in autonomia

Formazione del carattere

Saper scegliere in autonomia

Il termine carattere appartiene sia al linguaggio scientifico sia a quello quotidiano.

Nel parlare quotidiano ha significati molteplici, ad esempio quello di predisposizione: “ha un buon (cattivo) carattere” si dice di qualcuno che tende a porsi in rapporto con gli altri in termini benevoli (o malevoli) indipendentemente dalle circostanze.

Di chi si mostra totalmente dipendente dalle circostanze favorevoli (o sfavorevoli) nel mettersi in rapporto con gli altri, nell’affrontare le varie situazioni di ogni giorno, si dice “che non ha carattere”, “non ha spina dorsale” ed altri termini coloriti. In questo caso carattere significa “caratteristiche personali stabili, coerenti”. Per contro si definisce “caratteriale” chi si mostra incapace di rendersi conto di quale condotta sia appropriata alla situazione in cui si trova, esibendo rigidità, testardaggine, non disponibilità ad ascoltare richieste e suggerimenti dei propri interlocutori.

Dal punto di vista scientifico il concetto di carattere viene definito con diverse sfumature in quanto designa sia le diverse qualità di una cosa o di una persona che la distinguono dalle altre, sia le proprietà psicologiche specifiche di ogni persona. In questa accezione umana, il concetto di carattere assume anche un contenuto morale. Il tratto essenziale del concetto di carattere è che non può essere scisso in elementi ma può essere colto e compreso soltanto come una totalità.

È, cioè, una unità specifica obiettiva. Le relazioni nella formazione del carattere Le discipline che si occupano dello sviluppo della persona centrano il loro interesse maggiore sull’interazione tra chi sta crescendo e l’ambiente in cui vive, intendendo come ambiente quello fisico, quello cognitivo e quello sociale. Una cosa è crescere in una piccola comunità rurale dove tutti si conoscono, tutti condividono la stessa cultura, i rapporti con la natura sono costanti e il lavoro manuale è una necessità anche per i più giovani, altra cosa è vivere in un ambiente urbano-industriale in cui vi è una netta separazione per età in tutti i contesti extra-familiari, la famiglia è un nucleo isolato che si riunisce soltanto nei giorni festivi, la socializzazione dei più giovani avviene nel rapporto con la scuola, le organizzazioni sportive o religiose, la televisione o con gruppi di coetanei in cui l’incontro con gli adulti è una eccezione, spesso da evitare.

Ancor altra cosa è crescere in un contesto in cui nessun sostegno è garantito dagli adulti a chi è in età evolutiva.

Gli educatori illuminati, a partire da Maria Montessori, da Baden Powell, parlano di educazione alla realtà. La persona non si forma lasciando abbandonato a se stesso il cucciolo umano, né pretendendo di plasmarlo come cera. Per crescere in modo adeguato, scoprendo man mano le proprie potenzialità e rendendole qualità reali di sé come persona, l’individuo ha bisogno di vivere sin dalla nascita in un contesto sociale, avendo rapporti stabili e rassicuranti con una o più persone adulte privilegiate, prima fra tutte la madre.Man mano che il bambino / la bambina è in grado di acquisire pratiche (usare le mani, maneggiare posate per mangiare. indossare abiti semplici …) l’adulto deve assicurargli un sostegno ma non pretendere di sostituirsi a lui / lei, magari con la scusa di aiutarlo o con la pretesa di fargli far bene le varie cose.

Ad ogni età il soggetto che cresce è in grado di risolvere certi problemi, prima elementari poi, man mano più complessi: deve essergli lasciata la responsabilità di misurarsi con essi per risolverli con i mezzi di cui dispone. Compito dell’adulto non è né quello di sostituirsi a lui, né quello di lasciarlo solo di fronte al compito perché “si arrangi”.

È invece quello di tenere aperta la comunicazione con lui/lei per indicargli come quel problema possa essere risolto in più di un modo, lasciandogli però la scelta della via da seguire per raggiungere l’obiettivo prescelto. Il soggetto deve poter scoprire, man mano che cresce, che il principio di realtà a cui riferire la propria condotta al fine di raggiungere gli obiettivi che si prefigge, è costituito dalle sue capacità intellettuali e manuali, che queste possono essere incrementate tramite l’impegno nello studio e nei rapporti sociali, per cui deve fare le proprie scelte in rapporto a tali capacità, non in rapporto con la volontà degli adulti che lo circondano e nemmeno alla rigidità della situazione in cui è inserito.

Se il principio di realtà fosse costituito dalla volontà degli adulti e obbedire agli adulti fosse l’unico criterio di condotta, il soggetto non sarebbe poi mai capace di decidere in proprio ed assumere su di sé vere responsabilità.

La persona incapace di decidere anche di fronte a problemi elementari è il triste prodotto di una educazione iperprotettiva ed intrusiva. Una situazione limite di soggetti incapaci di trascendere la realtà esistente è dato dai bambini e adolescenti di strada delle grandi aree periferiche metropolitane che sono costretti a crescere misurandosi quotidianamente con la durezza delle cose senza alcun sostegno adulto.

In altri termini, saper scegliere in autonomia per acquisire delle caratteristiche personali che le permettano di comportarsi in modo costruttivo con la realtà che lo circonda, ogni persona deve essere divenuta capace di fare le proprie scelte in modo autonomo, essendo consapevole di poter acquisire, con lo studio, con l’impegno ed il sostegno del proprio gruppo di riferimento (famiglia, amici coetanei, altre persone di cui ha fiducia) competenze appropriate per affrontare compiti sempre più complessi. E si diventa capaci di scegliere in modo criticamente adeguato sia al contesto, sia alle proprie esigenze di qualità, sosltanto se nel corso dello sviluppo si è potuto dialogare con adulti capaci di accogliere e sostenere ma anche di far faticare per affrontare problemi che ogni realtà pone.

Foto di Kat Jayne da Pexels

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